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Energia reattiva

Energia reattiva

Nelle bollette della luce è possibile trovare una voce relativa all’energia reattiva, una componente spesso poco conosciuta tra i consumatori ma di grande importanza, in quanto a volte ha un impatto significativo sulla fattura elettrica. Si tratta in particolare dell’energia elettrica assorbita dagli apparecchi elettrici quando non sono in funzione.

Questa energia rappresenta di fatto una perdita di rete, infatti è un fenomeno causato dalle dispersioni di energia elettrica che possono aumentare lo stress delle reti elettriche, provocando dei danni anche molto seri.

Vediamo come funziona l’energia reattiva, cos’è esattamente e quanto influisce sulla bolletta.

Quanto incide l’energia reattiva in bolletta

Solitamente l’energia reattiva incide poco sulla bolletta della luce in ambito domestico, mentre può rappresentare un problema serio nelle aziende e soprattutto nelle industrie. Ciò succede perché le imprese utilizzano macchinari e apparecchiature particolari, come i motori elettrici industriali, dispositivi che generano dispersioni dovute all’induzione elettromagnetica e ai campi elettromagnetici.

In genere l’energia reattiva in bolletta non viene contabilizzata, poiché nella maggioranza dei casi ha dei valori trascurabili nelle forniture domestiche. Al contrario, le utenze con potenza oltre 16,5 kW con un consumo elevato di energia reattiva possono essere soggette a delle sanzioni, nello specifico a delle penali se questa supera il 33% dell’energia effettivamente utilizzata con aumenti proporzionali quando supera il 75%.

Le penali sono definite da Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, con la possibilità per i fornitori di applicare un corrispettivo per l’energia reattiva immessa in rete dai consumatori. Dal 1° aprile 2023 per le utenze in bassa tensione il corrispettivo è di 1,274 euro/kvarh (l’unità di misura dell’energia reattiva) fra il 33% e il 75% di energia reattiva e 1,689 euro/kvarh oltre il 75%, mentre per quelle in media tensione è di 0,456 euro/kvarh e 0,606 euro/kvarh.

Come viene calcolata l’energia reattiva in bolletta

Per calcolare l’energia reattiva immessa in rete si utilizzano appositi contatori elettronici trifase, strumenti che consentono di monitorare questo parametro e permettono agli utenti di visualizzare tale consumo nelle diverse fasce orarie. In particolare, il contatore riporta l’assorbimento di energia reattiva con la sigla R1, R2 e R3, a seconda della quantità di energia reattiva rilevata nelle tre fasce orarie della luce.

Un altro indicatore importante è il fattore di potenza, un parametro che serve per mettere a confronto l’energia reattiva e quella effettiva. Il valore ideale è 1, in quanto segnala che tensione e corrente sono in fase e l’energia reattiva è minima e disprezzabile. Al contrario, quando il fattore di potenza è inferiore a 0,95 l’energia reattiva non è più trascurabile e scattano le penali previste dall’Autorità.

Differenza tra energia attiva e reattiva

Normalmente in bolletta si paga appena l’energia attiva, ossia quella prelevata dalla rete elettrica ed effettivamente consumata, energia elettrica che viene misurata in kilowattora (kWh). Come abbiamo visto, invece, l’energia reattiva è quella assorbita dall’impianto elettrico senza essere realmente utilizzata, ed è misurabile in kilo volt ampere reattivi ora (kvarh).

Differenza tra energia reattiva capacitiva e induttiva

L’energia reattiva capacitiva anticipa la tensione rispetto alla corrente, ad esempio quando i condensatori rilasciano energia per stabilizzare il flusso di elettricità. L’energia reattiva induttiva, invece, ha l’effetto di ritardare la tensione rispetto alla corrente, per esempio quando trasformatori o bobine usano energia per mantenere costante il flusso di elettricità.

Esempi di energia reattiva

Un esempio di energia reattiva riguarda tutte quelle apparecchiature che hanno bisogno di un campo magnetico per funzionare, come i motori elettrici utilizzati soprattutto in ambito industriale, ma anche le lampade a fluorescenza presenti in molte abitazioni, poiché consentono di ridurre i consumi fino al 70% rispetto alle lampade a incandescenza. Lo stesso vale anche per molti dispositivi elettronici, tra cui il computer e il televisore.

Ovviamente, nella maggior parte dei casi gli apparecchi elettrici ed elettronici utilizzati in casa comportano un’energia reattiva impercettibile, infatti non viene considerata da parte dei fornitori e non sono previste penali dall’Autorità. Nelle aziende e industrie, invece, alcune apparecchiature possono impiegare una quantità di energia reattiva anche piuttosto considerevole.

Come si elimina l’energia reattiva

Quando l’energia reattiva è eccessiva è necessario intervenire, sia per evitare le sanzioni che per tutelare le proprie apparecchiature connesse alla rete elettrica. Essendo collegata allo sfasamento tra la tensione e la corrente elettrica, ossia quando il fattore di potenza scende al di sotto del livello ottimale pari a 1, è possibile agire attraverso un’operazione di rifasamento.

Si tratta di un procedimento che interessa l’impianto e serve per ridurre lo sfasamento tra tensione e corrente, diminuendo l’intensità della corrente elettrica circolante nel circuito. Questo processo avviene tramite il collegamento di una serie di condensatori in parallelo, per produrre l’energia reattiva necessaria al sistema ed evitare di prelevarla dalla rete elettrica esterna. A seconda dei singoli casi, il tecnico specializzato può intervenire con vari tipi di rifasamento, ad esempio distribuito, automatico o centralizzato.

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